05
Marzec
1998
00:03

Parla l’attrice polacca Krystyna Janda

Parla l’attrice polacca Krystyna Janda, testomone delle ore più drammatische di Varsovia

MIA FIGLIA MI DOMANDO: „MAMMA, DOVE SONO I NEMICI?“

di ENRICO GIUFFREDI
Parigi, febbraio

«Mariszka, la mia bambina di 6 anni, aveva appena appreso alla televisione che nel nostro Paese era stato proclamato lo „stato di guerra”. Non sapendo come spiegarle il provvedimento», dice Krystyna Janda «l’ho rassicurata come meglio potevo» – Nei giorni scorsi, dopo un breve soggiorno a Parigi per motivi di lavoro, la famosa interprete de ”L’uomo di marmo” è tornata in Polonia – «Il mio posto è lì», ci ha detto prima di partire

Questa intervista è stata concessa da Krystyna Janda, l’attrice polacca interprete dei più famosi film del regista Wajda, poco prima che lasciasse l’Occidente. L’abbiamo incontrata a Parigi alla vigilia del viaggio che l’avrebbe riportata a Varsavia. Il viso teso, una piega amara sulle labbra, Krystyna si è espressa liberamente forse per l’ultima volta. Prudente fino a qualche giorno prima in tutti i suoi contatti con la stampa, con noi si è abbandonata a uno sfogo inatteso.

Con quale stato d’animo torna in Polonia?

JANDA: «Stamattina quando mi sono svegliata mi sono resa conto che il mio cuore si sta spezzando. Non mi era mai accaduto prima di rientrare in Polonia. Oggi invece mi sono accorta di non farcela più. Ho paura, sono angosciata, piena di neri presentimenti. Cosa accadrà di me, di mia figlia, die miei cari, del mio Paese? Non so, non capisco, non riesco a immaginare. Ma, quel che è peggio, è che non riesco più ad avere speranze. Domani sera sarò a Varsavia e rivedrò mia figlia. Ho acquistato una bambola per lei, e un paio di scarpe’ per la bambinaia, una vecchia signora di ottant’anni; a Varsavia non ero mai riuscita a trovargliele, nonostante avessi fatto tre settimane di code. Porto anche dei viveri: latte condensato, cioccolato, formaggio, pasta, came in scatola. Guardi tutti quei pacchi. Non so nemmeno quanto pesino. Cento chili? Forse di più… Ma non è tutto. Questa sera mi devono portare anche medicinali e burro. L’altra volta, quando sono tomata in Polonia dopo aver finito di girare Espion, lève-toi (Alzati spia) con Ventura, Piccoli e Cremer, ero riuscita a portare ben duecentocinquanta chili di viveri. Chiunque altro si vergognerebbe di un simile mercato, invece io ne sono felice, perché ciò che porto andrà ai miei familiari e agli amici che ne hanno più bisogno. Mi sento davvero una privilegiata».

Privilegiata per concessione dello Stato e del potere polacco?

JANDA: «No, assolutamente. Privilegiata perché sono Krystyna Janda, un’attrice ormai nota anche fuori dei confini della Polonia. Questo mi favorisce in due modi: innanzi tutto nei confronti del pubblico polacco per il quale rimango la Agnieszka del film L’uomo di ferro e, in secondo luogo, nei confronti del potere che non osa ancora impedirmi di muovermi, cli lavorare all’estero, di parlare… Ma sarà sempre così?››.

Per la prima di „Espion, lève-toi”, qui in Occidente si disse e si scrisse che il ‚go-
verno non le concedeva neppure l’espatrio temporaneo.

JANDA: «E’ vero, fino all’ultimo momento non sapevo se potevo partire o no. Eppure la
data era stata fissata da tempo. Poi, dopo che i giomali occidentali hanno incominciato a pubblicare articoli e foto su di me, con l’interrogativo: „negato il visto d’uscita?”, l`autorizzazione è stata concessa, in ritardo però e con la scusa ridicola che il mio biglietto aereo era scaduto. Era naturale, dal momento che l`autorizzazione non era giunta in tempo. I voli diretti Varsavia-Parigi erano soppressi. Ho dovuto prendere un aereo per Stoccolma, poi uno per Ginevra, finalmente un terzo per Parigi».

Non ha paura a parlare con noi di queste cose?

JANDA: «Sono una delle prime persone che hanno potuto uscire dalla Polonia dopo il 13 dicembre scorso. Forse l’unica che si permette di rispondere a un’intervista. Non so, tutto è molto complicato. Ho lasciato mia figlia, Mariszka, che ha soltanto sei anni e mezzo, sola con la bambinaia. Non ho potuto nemmeno awertire il mio compagno, Edward Klosinski, che stava lavorando a Lodz, perché il telefono a Varsavia funziona soltanto per la città».

Non crede che l’averla lasciata venire a Parigi sia una mossa dell’attuale governo militare della Polonia per rendere credibile mia certa „normalizzazione” e „liberalizzazione”?

JANDA: «Ne sono certa. Come ho già detto, il fatto di essere nota sia in. Polonia sia all’estero, ha un suo peso. In tal senso è vero che sono „manovrata”: ho un ruolo da interpretare. Ma, mi creda, preferisco non addentrarmi trop in problemi del genere perché altrimenti dovrei dire troppe cose. E poi, cerchi di capirmi, ci sono argomenti che non posso affrontare. Ho tante sensazioni e impressioni, ma non so se siano vere.
Quando lei mi dice che non si sa molto della realtà polacca d’oggi, io rispondo che noi polacchi ne sappiamo ancora meno. Ed è così, perché in Polonia mancano le comunicazioni, le informazioni, i contatti. Tutto è incerto, vago, sinistro».

Eppure qui in Occidente lei è uno dei simboli della Polonia come Lech Walesa: è Agnieszka la sindacalista di „L’uomo di ferro”. Ed anche a Danzica gli operai dei Cantieri Navali l’hanno accolta come una di loro quando è andata a presentare il film.

JANDA: «E’ vero. Ma oggi mi sembra di non capire più nulla. Quando girammo il film con Wajda io gli chiesi di lasciarmi entrare nei cantieri. Volevo guidare io stessa lo sciopero. Ma lui non me lo permise. Comunque gli operai mi hanno „adottata”, e ciò mi ha commossa».

E’ sempre stata cosciente di questa specie di ruolo-simbolo che il cinema e gli avvenimenti hanno finito con l’imporle?

JANDA: «El difficile dirlo. Adesso che sto per partire, quel che conta di più per me, Krystyna Janda, sono i viveri che porto per la mia bambina, per i miei cari. Altrimenti non so come farei a sopravvivere. E non mi chieda come fanno gli altri, i miei concittadini e connazionali, i 36 milioni di polacchi. Io mi sono sempre battuta, ho sempre lottato. In Polonia è sempre stato difficile ottenere di che vivere.
Sono nata a Starachowice, nel sud della Polonia, a duecento chilometri dalla capitale. La mia famiglia si trasferì a Varsavia quando mio padre, che è ingegnere, e mia madre, che è contabile, trovarono lavoro lì. Quel che rammento sono le code interminabili che mamma e papà facevano quando ero piccola. Ben presto cominciai a farle anch’io e poi mia sorella Anna, più giovane di me di due anni. Nonostante fosse gracile e malaticcia, restava in piedi ore ed ore per un pezzo di pane o un mezzo cavolo. Non mi chieda perché in Polonia da almeno trent’anni non c’è da mangiare. Non lo capisco, come non lo capiscono milioni di polacchi».

Com’è stata la sua giovinezza?

JANDA: «Ero una specie di „monello”, di „ragazzo mancato”. La mia vitalità ed esuberanza hanno sempre avuto ragione delle difficoltà. A scuola me la cavavo benissimo. Ho seguito corsi di arti plastiche e figurative, di canto, di danza, di recitazione. Le lezioni di arte drammatica andavano dalla mattina alle nove fino a mezzanotte.
E’ qui che mi sono formata, che sono diventata donna e attrice, che ho preso coscienza del mondo che mi circondava. A ventitré anni sono diventata famosa di colpo e dappertutto: nel cinema con L’uomo di marmo di Wajda, nel teatro con le Tre sorelle di Cecov, e in televisione con Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, nel quale sostenevo un ruolo maschile. Poi non ho più smesso di lavorare. In sei anni ho girato 15 film, numerosi sceneggiati televisivi, ed ho recitato a teatro senza interruzione».

Col suo talento, in Occidente sarebbe, non soltanto una „star”, ma anche ricca a miliardi?

JANDA: «Per me questo non ha grande importanza. La quantità di lavoro che sono riuscita a svolgere mi ha permesso di non essere povera, di comprare da mangiare e anche qualche abito al mercato nero. Ma mi sono sempre chiesta come facevano gli altri a soprawivere. Ho la fortuna di avere una grande casa, due stanze e la cucina, quaranta metri quadrati in tutto, al numero 3 della via Lukowa, dove vivo, e un altro privilegio: il telefono. Ho avuto soltanto un guadagno „enorme” durante tutta la mia carriera: quello per la mia interpretazione del film L´interrogatorío di Richard Bugajski. Ho fatto il calcolo: corrisponde al prezzo di quattro biglietti aerei, andata e ritorno, Varsavia-Parigi».

Si è parlato molto del suo film „L’interrogatorio…”.

JANDA: «Non so. In Polonia nessuno ne parla perché non è mai uscito e nessuno ha potuto vederlo neppure all’estero. Tratta un problema troppo scottante. E’ la storia di una giovane attrice realmente esistita che a ventuno anni ha scontato 5 anni dicarcere a Rakowiecka per aver passato una notte con un uomo sospettato di spionaggio. Ma voglio parlare ancora della mia vita a Varsavia, quando ancora esisteva la speranza, quando si preparava quella che è stata poi definita la primavera polacca. Come una vera privilegiata sono riuscita a comprare un’automobile, una vetturetta che voi italiani conoscete bene, la „l26 P”. 0, per capirci meglio, la „l26 Fiat-Polski”. Non sono mai stata costretta a girare film commerciali. Oltre a quelli di Wajda, L’uomo di marmo, Senza anestesia, Il dìrettore d ‚orchestra e L’uomo di ferro, ho sempre girato film di cui ero convinta».

Conosce l´Italia?

JANDA: «Adoro l’Italia, ne sono innamorata da sempre. Sono stata un paio di volte in vacanza a Venezia dove ho trascorso i momenti più belli della mia vita. L’estate scorsa ho anche fatto del teatro in Italia. Una tournée breve con „L’atelier di Formia” di Giovanni Pampilione, una compagnia italiana di cui facevano parte alcuni polacchi: due at- tori, io, un mimo e uno scenografo. Abbiamo presentato Il ballo dei manichini di Bruno Jasinski: è stata un’esperienza esaltante, fantastica e che mi ha permesso di apprendere un poco l’italiano».

Mi diceva poco fa che tutto quello che le era accaduto prima non era il peggio. Quand’è che le cose hanno cominciato ad aggravarsi?

JANDA: «Il 13 dicembre scorso. Da allora è come se una cappa di piombo sia scesa su tutti noi. Si è chiusa la frontiera con la speranza. Prima avevo lavorato con entusiasmo. C’erano giomi in cui tra teatro, cinema e televisione, sostenevo tre ruoli contemporaneamente. Stavo due ore con mia figlia Mariszka (Mariuccia) e le altre erano per il lavoro. Ma mi sembrava di farlo per qualcosa. Dal 13 dicembre non lo so più, non capisco più, nessuno sa più, nessuno riesce a capire».

Nessun miglioramento in due mesi?

JANDA: «Chi lo sa? Il 13 dicembre ci siamo svegliati senza telefono, senza informazioni, senza treni, senza aerei, con le frontiere chiuse. Oggi il telefono, anche se per la sola città di Varsavia, funziona. Ma è un miglioramento? Le stesse autorità ammettono che le cose peggioreranno ancora. Gli aiuti ufficiali praticamente sono inesistenti. La domenica, alla Messa, il prete annuncia che la sua parrocchia ha ricevuto viveri e medicinali e la sera la chiesa rimane aperta per distribuire quel che c’è ai più bisognosi, ma non ce n’è mai abbastanza: perciò la precedenza viene data ai bambini e ai vecchi. Alla lezione di catechismo mia figlia Mariszka ha ricevuto dello shampoo».

Come ha reagito il 13 dicembre?

JANDA: «Ero attonita, sorpresa, incapace di ragionare e coordinare i pensieri. Non ero disperata, soltanto delusa. La disperazione è venuta dopo. Quando è stato dichiarato lo stato di guerra, Mariszka mi ha chiesto: „Mamma, ma dov’è il nemico?”. Non ho saputo rispondere. Un amico è venuto a casa mia e aveva al braccio un doppio cordoncino nero, come per un lutto. L’indomani ho visto per strada altre pesone che lo portavano e l’ho messo anch´io. I miei amici lo portano tutti. E’ un segno per dimostrare che partecipiamo, per segnalare la nostra presenza. Sono un’attrice, un’attrice polacca: ho mostrato e dimostrato le mie opinioni sullo schermo. Se, come dite voi, sono diventata un „simbolo”, non posso permettermi di tirarmi indietro. Devo continuare ad essere me stessa e questo è già fare politica».

In un primo momento si era detto che anche Wajda era stato arrestato.

JANDA: «No, non è vero. Sono andata a casa sua a fargli visita due settimane fa, prima di venire a Parigi. Si è barricato in casa e si è dato alla pittura. Non fa nient’altro perché non può fare nulla. Tutte le sue attività sono state sospese. Un gruppo di altri registi ha messo in forse la linea politica dell’associazione di cui era presidente. Anche lui attende».

Aveva molti progetti in Polonia e in Occidente?

JANDA: «Sì, ma ora è sospeso tutto. Per la televisione francese dovevo realizzare un film di Jean Chapot, con Michel Piccoli, la storia di una ragazza polacca sposata a un francese, alla vigilia della seconda guerra mondiale. Potrò tomare in Francia per girare? Non so. Wajda invece doveva cominciare in questi giomi „Danton“ e mi aveva riservato il ruolo di Lucille Desmoulins. Anche questo è rinviato».

I suoi genitori vivono a Varsavia?

JANDA: «Mia madre è economa all’ospedale, mia sorella Anna è ingegnere idraulico, disoccupata da sempre con una figlia piccola. Vive coi miei genitori e se penso a loro tutti, alle condizioni in cui si trovano, mi sento bloccata dall’impotenza. E’ lei che fa le cose per tutta la famiglia. A volte non bastano giomi ma occorrono intere settimane per ottenere del cibo, un medicinale o un oggetto indispensabile. Lei non può capire quel che provo in questo momento, che cosa significa per me lasciare Parigi e l’0ccidente. La mia realtà è la Polonia, che sta vivendo un incubo in cui tutti siamo immersi. Ma c’è di peggio, e il peggio sarebbe abituarsi a questo incubo».

Non ha mai pensato di abbandonare tutto, di stabilirsi in Occidente?

JANDA: «Ripeto: sono un’attrice polacca o, come voi dite, un simbolo. Non posso permettermi di rinunciare, di arrendermi. Inoltre non farei mai nulla contro il mio Paese. Ho sempre cercato di tenere viva la fiamma della speranza. Non soltanto cinema, teatro e televisione, ma anche cabaret di satira politica, e poi canto. Nel 1977 ho vinto il Festival della canzone polacca di Opole che è un poco come il vostro Festival di Sanremo.
Insomma, anche se non mi sento il „simbolo” che voi dite, per il mio Paese e per i miei connazionali sono un’immagine ben precisa. Non posso lacerarla con la fuga. Ormai sono troppo impegnata. Il cinema, il teatro, lo stesso cabaret occupano un posto di primo piano nella vita polacca. La prova è data dal fatto che in quel Paese, dove tutto va alla deriva, cinema e cultura hanno toccato livelli mai raggiunti prima».

Si parla molto in questi giorni di una possibile visita del Papa in Polonia l’estate prossima.

JANDA: «Personalmente, vorrei che il Papa venisse in Polonia. Penso anche che, essendo molto amato qualsiasi cosa dicesse o potesse dire, sarebbe ascoltato con molta attenzione e partecipazione».
Prima di salire sull’aereo che la riporterà in Polonia, Krystyna ci ha detto: «Non dimenticateci. Vi prego».

Enrico Giuffredi

GENTE, 26.02.1982

NEI SUOI FILM LA CRISI DELL´EST
Parigi. L’attrice polacca Krystyna Janda, 30 anni, durante la nostra intervista, poche ore prima del suo rientro a Varsavia. Interprete dei più importanti film del grande regista Andrzej Wajda, in cui si affronta in maniera coraggiosa il malessere della Polonia, Krystyna Janda ha vissuto con la sua famiglia le ore drammatiche del „golpe” di Jaruzelski. «Sono stati i momenti più angosciosi della mia vita», dice la Janda. «Non sapevo che cosa fare: ero attonita, sorpresa, incapace di ragionare, di coordinare i pensieri».

«NON DIMENTICATEVI DI NOI» Parigi. Krystyna Janda mostra il nastrino nero che porta intorno alla manica sinistra come segno dell’angoscia dei polacchi dopo il „golpe”. L’attrice ha esordito nel cinema nel 1975 con il capolavoro di Andrzej Wajda „L’uomo di marmo”. Figlia di un ingegnere e di una contabile, vive con l´operatore cinematografico Edward Klosinski ed ha una figlia, Mariszka, di 6 anni. «Grazie alla mia popolarità», dice
Krystyna «le autorità polacche non possono negarmi il visto d’uscita. Adesso spero che l’0ccidente non si dimentichi di noi».

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